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La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria edizioni IL PICCOLO |
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| Il progetto | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Gli autori | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Sommario | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Prefazione | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| L'antefatto: perché la scatola? | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Parte prima (estratto dell'introduzione al capitolo e di una pagina) | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Postfazione | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - il progetto | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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La Scatola da viaggio un percorso nel sentimento della memoria...... .... la nostalgia .... Il sogno … la partenza .... Il ricordo .... La preghiera .... Il dubbio Il Ritorno |
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Le arti, nelle forme espressive più diverse, sono messaggi universali, capaci di oltrepassare i limiti della cultura, della lingua, dei costumi, dei popoli. Il linguaggio dell’arte è simbolico ed il simbolo arriva là dove differenti lingue non comunicano. L’arte non è una grammatica legata al popolo di una determinata nazione, alla sua cultura, né al credo religioso. Soltanto l’espressione artistica riesce sempre a parlare con un linguaggio universale in quanto primigenio. Sulle basi di questa premessa si ritiene che riunire in un unico spazio e dare voce a forme d’arte differenti sia un modo per dimostrare che “ l’arte ha diversi corpi ma un’unica anima “. Le varie forme d’arte possono cioè, se unite, veicolare lo stesso messaggio di pace: “ Diversi per cultura, uguali per sentire “. In particolare, con questa iniziativa, si cercherà di affrontare il tema del ritorno, un ritorno che accomuna nella nostalgia di una terra lontana e dei propri cari, una rievocazione di qualcosa che ci è appartenuta e che in noi ha sempre dimorato, un ritorno da un “viaggio“, un ritorno alla vita, quella vita che, più a misura d’uomo, ridisegna la sua vera essenza con contorni che s’imprimono nel tracciato dell’anima. Il tema del “ ritorno “ sarà affrontato nei suoi vari aspetti, da quelli più reali a quelli più spirituali, attraverso un viaggio realizzato con l’ausilio di differenti forme espressive; pittura, poesia, prosa, musica…….. Unico sarà il filo conduttore, “ il ritorno “, che si configura come meta divenuta raggiungibile grazie alla consapevolezza di non essere mai partiti. |
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| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - gli autori | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - sommario | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - prefazione | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Immagini di poesia o poesia di immagini? Il quesito ti coglie appena apri questa “scatola da viaggio”, poi, però, il punto interrogativo si può anche cancellare, almeno trasformare e integrare come linea curva nella trama dei versi e dei dipinti. Perché questo libro è poesia, immagine e molto altro ancora. Il filo conduttore del tema del ritorno si snoda nelle pagine dense di colore e di scrittura e ne fa emergere il senso più intimo e impercettibile del ricordo. “La nostalgia, il sogno, la preghiera, il dubbio, la partenza, il ritorno”: sei temi che gli autori mettono a nudo e analizzano in punta di penna e di pennello per offrire una guida utile alle scoperte più recondite dei sentimenti nascosti. E’ un libro da gustare come un viaggio mai fatto, con la gioia dei preparativi per la partenza o un sentimento da condividere con qualcuno di importante nelle giornate in cui l’unico appiglio alla vita è il rimpianto. Giancarlo Scarsi, Luisella Daziano e Marilena Adaglio hanno compreso veramente il senso del ritorno, parola di sette lettere che, in mano loro, diventa un alfabeto completo. Giorgio Baietti – scrittore e giornalista. Autore di libri e traduzioni sul mistero di Rennes le Chateau, e del volume di racconti “Giallo uovo” insieme a Giorgio Faletti. |
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| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - l'antefatto | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Ci sono storie che abbiamo ascoltato da bambini, e che conserviamo gelosamente in quel cassetto della memoria in cui sono custoditi i nostri ricordi, e non soltanto i nostri. Nel mio cassetto, ne ho conservato uno in particolare, per anni. Poche volte l’ho riferito ad altri, a persone care, quasi a volerne condividere il valore: centellinandolo il più possibile. Si tratta di un ricordo che mi è tornato alla mente molto spesso e che mi ha guidato nel percorso della vita. Provo a raccontarlo, per trasmetterlo, togliendolo una volta per tutte dal cassetto. E’ una storia semplice, che mi raccontò mio padre Mario, classe 1922. All’epoca del fatto era un ragazzino di circa dieci anni, ed i tempi non erano di certo quelli di oggi. Un giorno mio padre Mario ed il suo amico Paolo decisero di tentare la fortuna. Basta con quella vita sempre uguale e che non faceva intravedere nessuna novità per il futuro! Questa disponibilità a tentare la fortuna è uno degli aspetti che mi ha sempre colpito della semplice storia di mio padre, perché sembra che nulla sia cambiato dai tempi d’allora. Mario e Paolo cercarono fra tutte le scatole conservate in casa quella più adatta alla partenza. Individuata la scatola più preziosa, la riempirono delle cose che ritenevano più utili per la sopravvivenza: un po’ di biscotti, qualche fotografia dei familiari, una pistola giocattolo e partirono in cerca dell’Africa. Anche questo secondo aspetto mi ha sempre colpito: nonostante siano trascorsi tanti anni, se dovessimo partire per cercare fortuna, con il nostro minuscolo kit per la sopravvivenza, penseremmo, prima di tutto al cibo, al ricordo dei nostri cari, alla difesa personale. Tutto il resto, cellulari, TV, lettori CD, computer, DVD, ecc… ecc… forse verrebbe dopo. Così i due amici partirono, salirono sul primo treno, ovviamente senza biglietto, dando inizio alla loro manovra di avvicinamento alla meta sognata. Però senza biglietto non si fa tanta strada… infatti a Genova i due ragazzi dovettero scendere dal treno: prima tappa forzata! Non mi è dato di sapere che cosa passò per la loro testa, ma posso pensare che sia per i primi segnali della fame, sia perché gli entusiasmi sono facili da provare ma difficili da mantenere, incominciò ad insinuarsi dentro di loro quello che mi piace indicare come il “ sentimento della memoria “: la mamma, la casa, un pasto sicuro, la sicurezza di un tetto sulla testa, …… Tutto considerato decisero di ritenere la gita fuori porta come una specie di prova generale, sicché optarono per il rientro. La scatola però, per sicurezza, venne sotterrata, in attesa di tempi propizi per l’autentica partenza. Così la vita di tutti i giorni non tardò a ricominciare uguale a prima. Insomma, una storia senza tempo perché si può ancora raccontare. Immaginate il mio stupore quella volta in cui - in occasione di una mia mostra e senza alcuna indicazione - i miei quadri furono definiti “ senza tempo “. Rimasi esterrefatto, come se qualcuno avesse sbirciato nel mio cassetto. Non mi dilungo oltre e vi invito ad iniziare con noi questo viaggio: ognuno si porti la sua scatola, e nello spazio “appunti di viaggio…”, che troverà all’inizio dei sei capitoli, annoti pure i suoi pensieri come sul taccuino del viaggiatore. Io ho finalmente riportato alla luce la scatola di mio padre: è ora di farle fare un po’ di chilometri! Dedico le idee racchiuse in queste pagine a Mario Scarsi, mio padre, nella speranza che almeno quanto racconto si sia mantenuto, nel tempo, il più possibile vicino al vero. Un ringraziamento a Luisella e Marilena, che con le loro poesie mi accompagnano proprio nel viaggio che papà iniziò, ma che non riuscì a completare. Un pensiero inoltre a tutte le persone che, almeno una volta nella propria vita, hanno preparato una scatola da viaggio che non è mai uscita dal cassetto più intimo di se stessi. Giancarlo Scarsi |
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| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - parte prima | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Tutto quello che abbiamo vissuto, sperimentato e compreso in passato ci appartiene: é dentro di noi. Siamo noi stessi. La nostalgia è anche il ricordo di un luogo, fisico o temporale, vissuto o sognato. E’ il sentimento legato per sempre a quei momenti. E’ la mancanza del proprio paese, del luogo dell'infanzia dal quale si è partiti per andare altrove. La nostalgia è il corredo di ricordi di chi si è sradicato dalla propria terra, dalla propria cultura. E' il modo di sentire di chi è lontano; è il sentire di chi, in qualche modo, vive un esilio autentico o percepito come tale.
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| "La scatola da viaggio, un percorso nel sentimento della memoria" - postfazione | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Forse non T’incontrerò, di certo Tu mi cercherai e ci riconosceremo. (L.Daziano) “Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: dove sei?” (Genesi, 3,9). Impensabile che Dio Onnisciente non sappia dove sia Adamo. Eppure Dio cerca Adamo che si è nascosto, fa risuonare la sua voce nel giardino e domanda dove si trovi. Adamo sono io, sei tu, siamo tutti noi. E’ a noi che Dio si rivolge chiedendoci, ad uno ad uno, dove sei? Tradotta, l’immagine biblica significa che ogni uomo viene, prima o poi, interpellato da Dio. La domanda del Padre è la domanda che rende superflue tutte le altre. Il quesito va dritto al cuore dell’uomo, per colpirlo con una provocazione che lo scuota dalla sua sordità di comodo, vigliacca. “Che cosa stai facendo della tua vita? Che cosa nei hai fatto fino ad ora?”. Così Dio chiama Adamo (vale a dire tutti noi), così lo rimprovera per la vita da lui condotta fino a quel momento, per la sua mancanza di serietà, per l’assenza di responsabilità nella sua anima, per essersi nascosto nelle situazioni facili e futili, per aver preferito la superficialità e la comodità alla conquista che libera, conducendo all’autentico sé, quindi a Dio. Adamo si era nascosto per non dover rendere conto, per sfuggire alle responsabilità. Allo stesso modo si nasconde ogni uomo, perché ognuno di noi è Adamo. Per evitare le responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in una giostra di fughe. Proprio scappando “davanti al volto di Dio”, proprio tappandosi le orecchie per non ascoltare “la voce di Dio”, l’uomo costruisce sempre più la sua katastrophé, il suo rovesciamento, quindi la sua fine. L’uomo non può sfuggire all’osservazione di Dio: cercando di sottrarsi al suo sguardo, si nasconde a se stesso. Benché dentro di sé l’essere umano conservi ancora una scintilla che saprebbe incrociare lo sguardo di Dio, la fuga reiterata ha indebolito quella fiammella interiore che potrebbe stimolare l’inerzia che ci limita, aiutandoci a uscire dal vortice del nascondimento. E’ proprio in questa situazione, ossessiva e compulsiva, che la voce di Dio richiama l’uomo: e lo fa con l’intenzione di turbarlo, perché interrompere un cammino sbagliato richiede una voce – ed una domanda - che faccia tremare il cuore, che sciolga i lacci dai polsi, che dia vigore alle gambe - al corpo - per iniziare un nuovo percorso. Per dirla con le parole di Martin Buber, “Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino finché egli non affronta la voce”. Adamo risponde alla voce, riconosce di essere in quella che noi contemporanei definiamo “coazione a ripetere”, e dichiara “Mi sono nascosto” (Genesi, 3,10). Hic et nunc inizia il cammino dell’uomo, quindi il ritorno decisivo a se stessi prima, al regno del Padre al termine dei giorni terreni. Non un ritorno a se stessi sterile, un compiacimento nel migliore dei casi intellettuale, che guiderebbe soltanto alla nevrosi, alla disperazione, bensì un ritorno come preludio terreno della meta definitiva che Gesù è venuto ad indicarci, “dove nessuno è mai stato ma dove ciascuno si troverà finalmente a casa sua” (Ernst Bloch). Luisella Daziano – aprile 2006 |
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